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Chiuso il Convegno di Bioetica

Un'eredità da custodire   versione testuale
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Si è chiuso lo scorso 11 settembre il I Congresso Internazionale di Bioetica che ha visto la nostra Chiesa di Noto, confrontarsi con le attuali sfide che ci provengono dal mondo della ricerca bioetica. Questa esperienza ha riaperto ancora con forza un “orizzonte” verso cui siamo chiamati a riflettere, non tanto dando solo risposte etiche, comprensibili solo se vengono inserite in un orizzonte di significato più completo, ma ragioni capaci di dialogare anche con chi non ritrova nella fede ragioni convincenti. La gente oggi si attende dalla nostra Chiesa locale – lo dimostra l’interesse e la massiccia partecipazione al Congresso di medici e infermieri-  percorsi di comprensione su problematiche che toccano il vivere e per le quali si richiedono competenza e professionalità. Si constata nel sentire comune una forma di reticenza per quelle forme di “riduzioni moralistiche” della verità cristiana, pronte all’uso per ogni caso. «Il Signore Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo» (2 Tm 1, 10). La vita, che il Vangelo fa risplendere non è solo quella dopo la morte. La vita eterna (piena) comincia già qui ed assume, risignificandole, tutte le dimensioni dell’esistenza, dal nascere al soffrire al morire. L’eredità che il Convegno ci lascia è molto ardua, richiede intelligenze e capacità pastorali, perché nella nostra diocesi possano avviarsi esperienze concrete di servizio e di dialogo: con il mondo dei medici, degli operatori sanitari, degli insegnanti, delle famiglie e di quanti si preparano ad essere famiglia. Nel prossimo novembre il Comitato scientifico si riunirà per avviare un progetto che possa garantire continuità a quanto fatto, nel tentativo di individuare ambiti, ecclesiali e non, dove dialogare e riflettere sulle evidenze dell’antropologia cristiana, certi del travaglio interpretativo e applicativo che questo comporterà. Come cristiani dobbiamo porci criticamente e in modo sveglio di fronte alle pretese che, sotto il manto del progresso e della libertà, falsificano il servizio della scienza alla vita, propinando criteri arbitrari ed interessati, a discapito di alcune vite ritenute non degne di essere vissute. Penso che la pastorale consista essenzialmente in una capacità di relazione, ecco perché i due giorni si sono offerti come possibilità per intensificare il nostro rapporto di Chiesa locale,con tanti professionisti che impegnano la loro vita e le loro competenze, sul fronte del servizio all’uomo. Nella reciproca consapevolezza di servire – loro come medici, noi come Chiesa - l’uomo e il suo vero bene, ci auguriamo rapporti collaborativi e propositivi, per la crescita della “cultura della vita”.
Domenica 26 Settembre 2010Stefano Modica
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