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PAOLO VI. Il suo abbraccio al mondo   versione testuale
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A 33 anni dalla morte di Papa Montini


Tentare anni fa, il sei agosto, festa della Trasfigurazione, la notizia della morte di Paolo VI ci venne annunciata nel bel mezzo di un incontro ecumenico che si stava svolgendo al passo della Mendola, organizzato dal Sae, Segretariato attività ecumeniche, di cui è stata fondatrice e animatrice Maria Vingiani. Nel ricordo di quel momento è viva in me l’espressione di stima e affetto che si manifestò nei presenti in modo particolare da parte degli amici evangelici, alcuni dei quali avevano avuto modo di incontrarlo papa Montini per presentare alcune traduzioni interconfessionali del Nuovo testamento. Avevano apprezzato in lui la semplicità e cordialità nell’ incontro personale. La scoperta dell’uomo, con il suo carattere fermo e riservato, ma anche franco e sincero, che, al di là della sua impacciata gestualità, lo rendeva amico, come quando fu detto, dopo un viaggio all’estero: Aspettavamo un pontefice ed abbiamo incontrato un cristiano.
Ma la sua “umanità”, aperta al dialogo e alla ricerca, all’interrogazione e la confronto con la modernità, in cui si è esercitato negli anni della sua attività come assistente della Fuci, non gli ha impedito di realizzare coraggiose iniziative in contesti difficili e di estremo impegno, di fronte alla Assemblea generale della nazioni unite (1965) dove gridò  “non più gli uni contro gli altri, mai più guerre, cadano le armi e si affermi la pace totale”  e presentò le ragioni delle immense popolazioni povere del mondo ai rappresentanti degli Stati; così al Centro ecumenico mondiale (Coe) di Ginevra (1969), dove si presentò con lealtà disarmante, quasi una provocazione: “il nostro nome è Pietro” ; così come non esitò ad affrontare il bagno e l’immersione nelle folle dell’Estremo oriente. Chi non ricorda il suo appassionato annuncio di Cristo a Manila (29 novembre 1970) riportato anche nel breviario, una delle più affascinanti e appassionate presentazioni di Cristo fatte da un Papa nel secolo XX.
Il Papa dei viaggi internazionali, che ha aperto lo spazio del suo ministero all’orizzonte globale dell’umanità era anche fortemente legato alla sua diocesi di Roma, come era stato prima alla diocesi di Milano e più in generale alla sua patria originaria, l’Italia, per la quale ha mostrato attenzione e amore. In questo periodo di crisi che faticosamente viene affrontata tra contrasti e riserve, vale la pena  ricordare quanto fosse legato alla storia e alle condizioni di questo nostro Paese, il legame con i suoi leader storici che provenivano dal mondo cattolico e in modo particolare la vicende che lo ha visto in preghiera sofferta per la sorte tragica sorte di Aldo Moro. Ma si può anche ricordare che egli ha avuto parole decisive per una profonda riconciliazione degli animi dei cattolici per l’Italia e la sua unità. Benedetto XVI ha citato proprio Montini per affermare che l’unità nazionale in modo inatteso e pertanto da considerare provvidenziale ha reso la Chiesa più unita, forte e libera. Benedetto XVI, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità  d’Italia, nel marzo scorso, ha fatto sue le parole di un discorso tenuto in Campidoglio, il 10 ottobre 1962, dal cardinale Giovanni Battista Montini: “dopo l’Unità d’Italia, compiuta con l’annessione di Roma, il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale”.
Ma l’icona che più ritengo attuale e pure  permanente espressione di fondo dell’animo di Paolo VI, del suo anelito all’unità dei cristiani e dell’intera umanità (Enciclica Ecclesiam suam 1964) sia quella che lo vede quasi avvolto dalla possenti braccia del Patriarca Atenagora, in un abbraccio chiude mille anni di divisione tra Roma e Costantinopoli, che si traduce poi nella firma del “Tomos Agapes”, il libro dell’Amore, che esprime non solo la possibilità di unione visibile, ma le reale esistenza di unità profonda che attende di essere concretamente realizzata nella prassi eucaristica ed ecclesiale (Diachiarazione comune 7 dicembre 1965). In questo documento possiamo leggere il frutto, forse ancora da cogliere nella ricchezza del suo sapore, di tutta la ricchezza di dottrina e di grazia del concilio Vaticano II che ha avuto in Paolo VI non solo la firma ma anche il suo principale attore nel portare a compimento l’intera grandiosa operazione  conciliare e il difensore dal rischio della vanificazione del suo storico valore. In questo il ruolo papa Montini dovrà essere meglio identificato ed approfondito.
 
Servizio a cura del SIR (www.agensir.it)
Elio Bromuri
 
Mercoledì 10 Agosto 2011
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