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Abate calabrese. Fede cattolica nella Trinità e pensiero teologico della storia in G. Da Fiore. Di Antonio Staglianò   versione testuale
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S.E. Mons A. Staglianò ha pubblicato per l'Editrice Vaticana un nuovo libro che costituisce il nono volume della collana "Itineraria" curata dalla Pontificia Accademia Teologica, prende in esame il pensiero di Gioacchino Da Fiore, abate calabrese, nonché uno dei più autorevoli filosofi del Medioevo. In particolare l'intento del volume è di suggerire un'interpretazione che avvalori gli insegnamenti di Gioacchino, apportando maggiore chiarezza nella sua dottrina trinitaria e cristologia per propiziarne la piena riabilitazione ecclesiale. Il lavoro dunque risulta essere un ulteriore impulso per gli studiosi di teologia e gli studenti delle facoltà teologiche, per la conoscenza e l'approfondimento di una figura che ancora oggi resta affascinante ed attuale.
 
Postfazione di Piero Coda
 
Qualche chiosa ad alcune delle tesi interpretative di fondo in questo saggio presentate a proposito della teologia trinitaria di Gioacchino da Fiore: non di più, bisogna attendersi da questa breve postfazione. Del resto, come opportunamente si fa notare in corso d’opera, chi le scrive non è affatto attrezzato a mettere in campo quell’adeguata competenza che sia all’altezza d’offrire un giudizio maturato – come si converrebbe – in una lettura filologicamente accorta, storicamente circostanziata ed ermeneuticamente argomentata dell’opus affascinante e arduo dell’Abate calabrese. Dunque, qualche semplice chiosa a partire dallo status della teologia trinitaria di oggi, che formulo con la provvisorietà tentativa del caso, anche se – lo confesso – col vivo interesse suscitato dall’attualità, si direbbe ancora in gran parte da sondare e valorizzare, del messaggio consegnato alla storia, dopo di lui accaduta, da un pensatore vigoroso intrepido e immaginifico come Gioacchino.
Di fatto, lo sgargiante saggio di Staglianò che abbiamo tra le mani documenta persuasivamente che, a partire più o meno dalla seconda metà del XX secolo, si palesa un’evidente cesura nella Wirkungsgeschichte dell’opus gioachimita. Se, infatti, sino a quel momento – esclusa forse soltanto la rilettura fattane da Bonaventura da Bagnoregio, come a suo tempo lucidamente messo in luce da Joseph Ratzinger –, il pensiero di Gioacchino, ostracizzato dalla lettura ufficiale della Chiesa, aveva finito col diventare appannaggio, in forma non solo riduttiva ma in fin dei conti distorta, del pensiero moderno in alcuni dei suoi filoni addirittura più significativi e persuasivi, e non di rado in aperta polemica con l’insegnamento teologico tradizionale; ora, nel XX secolo, progressivamente, e di più in più in forma significativa, è la teologia stessa a riappropriarsi di accenti e prospettive rilevanti dell’opera di Gioacchino. In ciò giovandosi, sempre più e sempre meglio, dei sicuri risultati della critica filologico-storica e dell’esegesi puntuale, perché scevra di pregiudizi ideologici, dei testi che all’Abate calabrese con certezza vanno attribuiti.
In questo prezioso lavorio di restituzione dell’opera di Gioacchino al suo originario e originale tenore, cui consegue il doveroso impegno di un’auspicabile recezione e di un fecondo sviluppo, il saggio di Staglianò attesta con sicurezza l’apertura di una nuova fase. Essa, come risulta da queste pagine, si giova, per un lato, della precedente opera di rilettura, non mancando d’offrirne una ponderata valutazione; e, per l’altro, articola un’argomentata e coerente linea d’interpretazione. Sulla quale rapidamente qui mi concentro, in quanto mi pare senz’altro degna d’interesse e ulteriore scavo. Con qualche semplificazione, il filo del discorso si può forse riassumere in una tesi complessiva e sintetica che poi viene articolata e suffragata in quattro più specifiche e circostanziate tesi: le prime due concernenti la metodologia teologica di Gioacchino, le altre due miranti invece al contenuto precipuo, rispettivamente, della sua teologia trinitaria e della sua teologia della storia.
La tesi complessiva – “assioma”, la definisce l’Autore – che guida e orienta l’interpretazione dell’opus gioachimita, derivata da una spassionata e puntuale disamina del medesimo, è condensata in quest’affermazione: “dalla Trinità ‘alla storia’ e non viceversa” e cioè: “dalla dottrina trinitaria al pensiero teologico del tempo umano adveniente e non viceversa”. Questa tesi è senza meno condivisibile. Essa sottolinea con forza, in effetti, ciò ch’è fondamentale e irrinunciabile nel messaggio teologico che innerva e intenzionalizza l’opera di Gioacchino. Egli, infatti, non parte dalla storia (quale poi? essendo ovviamente altra, rispetto alla modernità, la percezione e la strumentazione concettuale di cui gli poteva in merito giovarsi) per giungere alla Trinità, ma, al contrario, parte dalla Trinità per interpretare, nella sua luce, lo svolgimento del tempo degli uomini. Questa tesi, del resto, rende ragione del fatto che Gioacchino muove, nel suo pensare teologico e nel suo immaginare profetico, dalla doctrina fidei quale autoritativamente gli è trasmessa dalla Traditio vivens Ecclesiae nel dogma e nel culto. Tradizionale del tutto, in ciò, il suo teologare, mentre lo scatto d’originalità si palesa semmai nell’espandere, con penetrazione inedita, i raggi di luce irradiati dalla Trinità Santissima sulla vicenda terrena, a prima vista oscura e contraddittoria, della città degli uomini, con ciò spingendo verso inediti lidi la possente intuizione agostiniana che dal De Trinitate transita nel De Civitate Dei.
Quest’assioma complessivo e sintetico è suffragato, dal punto di vista epistemologico, grazie alla messa in rilievo delle due tesi che, nell’intenzione dell’Autore, registrano e riconoscono nella loro sicura fondatezza le caratteristiche peculiari della metodologia teologica di Gioacchino. Si tratta, innanzi tutto, della fedeltà alla Traditio vivens Ecclesiae nel significato pregnante e globale ch’è proprio del Medioevo: il che implica il riferimento assiduo e decisivo alla Sacra Scrittura e, insieme, l’adesione piena alla lex credendi e orandi fedelmente trasmessa dalla Chiesa stessa e dal suo supremo magistero. In stretta connessione con questo principio basilare, in una teologia autenticamente cattolica, Gioacchino plasma il suo ministero teologico nella logica della tradizione monastica, di cui è erede e testimone, accentuandone invero la venatura profetica. Entro quest’alveo riceve il suo perspicuo e pertinente spazio d’interpretazione la qualificazione simbolica che Staglianò riconosce come propria della teologia di Gioacchino, essendo essa singolarmente appropriata al fine di figurare con pertinenza e comunicare con persuasività il messaggio in essa forgiato.
Questa peculiare cornice metodologica dà in fin dei conti ragione delle due tesi che offrono, in sintesi, il significato precipuo della teologia trinitaria dell’Abate calabrase: l’una concernente l’ortodossia dell’interpretazione del dogma trinitario da lui proposta; l’altra mirante a cogliere l’intuizione determinante di una teologia del tempo dell’uomo, illuminata e orientata dalla rivelazione del Dio trinitario. Bastino in proposito due rapide annotazioni.
Circa la prima tesi, facendo perno su alcuni centrali testi tratti dall’opera di Gioacchino, Staglianò mostra che la sua teologia trinitaria è perfettamente ortodossa: unità della natura divina e insieme triplicità delle divine persone, senza separazione e senza confusione. Se mai, qualche rilevante accento di novità – nell’impegno sempre rinnovato di penetrare e illustrare il significato di questa verità che interpella la coscienza della Chiesa lungo i secoli, e di conseguenza ne provoca l’intelligenza teologica – è dato rinvenire nella teologia gioachimita, questo consiste tutto, in verità, nella decisa sottolineatura dell’identità reale e inseparabile della natura divina e delle tre divine persone. Un dato e un compito che oggi la più avvertita frontiera dell’intelligentia e, prima, dell’experientia fidei avvertono ormai come ineludibili. E se un appunto va fatto alla teologia di Gioacchino, esso deve rivolgersi all’uso imprudente della qualificazione di “collettiva” attribuita all’unità di Dio per salvaguardarne e rivendicarne l’espressione nella trinità delle divine persone. L’istanza così posta, con forza, è senza meno del tutto pertinente, anche se in anticipo sui tempi. Ma la formula che cerca di darle parola e ragione è impropria e persino pericolosa e, come tale, esposta ai più fatali dei fraintendimenti. Di qui il giudizio severo del Lateranense IV. Ma l’istanza, ripeto, è valida e, forse, oggi son maturi i tempi per cominciare a darvi pertinente risposta.
E altrettanto maturi si mostrano i tempi per cogliere, accogliere ed evolvere l’intuizione che ci è trasmessa nella lettura trinitaria del tempo dell’uomo che Gioacchino, per primo, ci offre. Non mi soffermo sul significato di questa tesi, ben lumeggiato e descritto nelle pagine del presente saggio. Mi preme, piuttosto, evidenziarne alcune specifiche e rilevanti declinazioni. La prima: l’interpretazione teologica di Gioacchino, lungi dal preconizzare un’età dello Spirito dopo e al di là di Gesù Cristo, mostra piuttosto con particolare eloquenza ed efficacia che il suo evento si storicizza nella vicenda dell’uomo – come promette il Nuovo Testamento – grazie all’opera incessante dello Spirito che “guiderà alla verità tutt’intera” (cf. Gv 16,13), già una volta per sempre in Lui accaduta. La seconda: in tal modo, diventa perfettamente perspicua – forse per la prima volta, in forma teologicamente pertinente, nella storia del cristianesimo – la necessità di veder e voler anticipata realmente e tangibilmente nel tempo dopo Cristo, in obbedienza agli impulsi dello Spirito, la realizzazione progrediente, anche se sempre tentativa e provvisoria, di ciò che, in Cristo, è stato dischiuso agli uomini come la vita che non muore: quella che per sé, in Cristo Gesù e per il soffio dello Spirito, ha già il sapore dell’Eterno. La terza: ciò non solo è coerente con il mistero profondo e insondabile della Trinità santissima nel suo squadernarsi pro nobis nella storia, per introdurre l’umanità e il cosmo nella verità del suo abisso; ma anche è conforme a quella strategia trinitaria di gratuita e perseverante alleanza di Dio con l’uomo che ha il suo culmine nell’incarnazione e nella pasqua di Gesù Cristo e che, per lo Spirito, si estende e si espande, lungo i secoli e sino alla sua finale consumazione, nella realizzazione del Cristo “tutto in tutti” (Col 3,11), sì che, al Padre Egli infine offrendosi, Dio stesso possa diventare “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
I tempi della Chiesa (e dell’umanità) di cui oggi siamo testimoni e attori indirizzano lo sguardo – stupito e grato, prudente e responsabile – in questa prospettiva? L’Autore, in chiusura del saggio, sembra propendere per il sì. E così anche a noi pare.
 
 

Mercoledì 11 Dicembre 2013
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