DIOCESI di NOTO - Rubriche
I TRE MAGI E L‘ANALOGIA SCIENTIAE IN TEOLOGIA


Già nel IV secolo Giovanni Crisostomo scriveva: “i magi non si misero in cammino perché avevano visto la stella ma videro la stella perché si erano messi in cammino”. Non è difficile identificare in questo pensiero vero, la sostanza del bell’ articolo di Cosentino sui Magi (Settimana News del 6 gennaio 2021) che “alzano il capo e scrutano il cielo e soprattutto hanno occhi che vedono”. Il loro cammino ha un nome e si chiama “ricerca”. Non importa in quale campo del sapere umano, magari in quel luogo vastissimo del mistero (che si sposa meglio col non-sapere più che col sapere), i Magi avanzano e non smettono di cercare.

Appena videro “quella stella”, la seguirono. Perché? Normalmente si dice che i Magi fossero degli astrologi, comunque di duemila anni orsono. Il loro sapere “scientifico” restava ancora simbolico. È probabile che la visione di quella stella li abbia molto incuriositi, per qualche stranezza che non rientrava nella mappatura delle stelle nel cielo, da loro per anni osservato. La novità doveva per forza stare nella “luce” della stella, o forse anche nella forma (cometa), ma certo nella sua “posizione-velocità” nella cornice delle costellazioni. Un fenomeno da osservare con più attenzione e da non “perdere di vista”: ecco perché il loro cammino richiede di spostarsi fisicamente e mettersi “per strada” viaggiando. Per dove? Per quanto tempo? La curiosità della ricerca dei Magi è messa a dura prova dall’interrogativo che avrà inquietato la loro mente, non senza prima passare dal loro cuore: ne vale la pena? Arrischiare la vita in un viaggio di cui non si conosce meta e tempo, benché si spera soltanto che vi si giungerà in una certa pienezza del tempo?

La risposta positiva a questa domanda veniva di sicuro dalla stella stessa, dalla sua luce misteriosa, che doveva già parlare con la sua “superficie visibile” (la bellezza della sua forma luminosa) di un “interno di più grande bellezza” (il suo messaggio, il suo essere richiamo d’altro, eco di una Parola ancestrale, troppo remota per poter essere immaginata). I Magi dunque si lasciano istruire, prima di decidere e impegnarsi per un viaggio lungo che avrebbe cambiato la loro esistenza per sempre. E cosa fanno per ricevere le dovute istruzioni? Guardano il cielo, aprono gli occhi: accadde così che i fotoni di quella luce (procedendo alla velocità della luce =300 mila km al secondo) giunsero a inondare i loro occhi (si, perché i fisici quantistici parlano di onde) con miliardi di quanti (o grani luminosi) affettando le pupille dei Magi.

Accadde così, perché gli occhi dei Magi erano aperti e sufficientemente puliti (non oscurati dal pregiudizio ideologico o anche dall’impurità morale) dal desiderio di “vedere il mistero nascosto” che quei fotoni della stella già avevano traslocato nel loro cuore. Così per una sorta di Entanglement cosmico, nonostante la grande distanza, appena si mosse la stella, i Magi cominciarono il loro viaggio di scoperta. Quello della stella e quello dei Magi è ormai un unico e solo viaggio, - guarda caso -possibile da fare “insieme” solo di Notte.

Nella notte tutte le vacche sono nere, disse Hegel, mi pare. Nella Notte della stella cometa, tuttavia, non è proprio così: anche quella Notte è speciale, perché quella Notte è capace di una oscurità diversa, carica di speranza e di promessa di luce oltre ogni buio. È la Notte che brilla come il giorno (non smettendo di essere Notte... diversamente non sarebbe più notte). È l’oscurità di un misterioso “buco nero” che assorbe tutta la luce e non la riflette e con la sua forza di gravita ti attira dentro, più dentro in un percorso oscuro. Come la valle oscura dell’Inferno dantesco - «Io non mori‘, e non rimasi vivo / pensa oggidì per te, s‘hai fior d‘ingegno, / qual io diventi, d‘uno e d‘altro privo»: (Inf. XXXIV,25-27)- ti risucchia a velocità abissali donandoti l’effettiva sensazione di un annientamento, come un morire, per giungere in te stesso in una “sovrapposizione quantistica di stati” vedendo te stesso morto e vivo ad un tempo (un po’ come il gatto di Schroedinger) e alla fine ti fa “collassare” (così si dice in gergo scientifico) nello stato più vero di te: la fede nel bambino, il cui mistero la stella indicava. E ti fa dire davvero le parole della sapiente follia: ero morto e ora (da morto) vivo risorto; io-non-io vive in me, e questa vita che vivo nella carne, la vivo nella fede della morte del Figlio di Dio che ha donato la sua vita per me.

Un “accenno ultimo” (mi si perdoni, non è come dire un “ultimo accenno”, che è un’altra cosa): in tutti i presepi i Magi sono sempre “tre”, come per dire che il gioco non si può giocare da soli, è un gioco collettivo, un gioco di squadra, come il lavoro credente dei cristiani nelle comunità o quello dei teologi, i Magi della fede, che non dovrebbero disperdere la luce di quella stella, andando ognuno per conto suo.

Comunque vada, il primo passo di ogni metodo scientifico (e la teologia è una scienza, tutti lo sanno) è osservare, guardare, elevare lo sguardo al cielo e poi potenziare la vista con la “luce taborica” (Pavel Florenskij) che ti permette di vedere il trasfigurato. “Un po’ come” (ecco l’analogia... un po’ come, cioè la somiglianza nella più grande dissomiglianza), come fece Galileo Galilei, all’inizio di questa storia della nuova scienza giunta fino agli sviluppi odierni della meccanica quantistica: prese il cannocchiale dell’Olandese che lo aveva inventato per altri motivi (presumibilmente bellici, per avvistare le navi nemiche) e col cannocchiale guardò il cielo, cominciando a scoprire che “la realtà non è come appare”, sia per la luna e sia per la terra. Beh! Mi pare che in teologia lo stesso Cosentino abbia scritto un libro “galileiano” sulla realtà teologica per eccellenza, cioè Dio, dal titolo “Non è quel che credi” ... si perché Dio è com’è apparso nella grotta di Betlemme, esattamente come Gesù te lo ha trasmesso e mostrato. E anche oggi occorre rimettersi in cammino, seguendo la stella della Parola di Dio, con tutta l’intelligenza dei nostri occhi per ritornare a vedere la luce nella sua Luce, perché Dio è un mistero di luce in ogni notte: “alla tua luce vedremo la luce”, e vedremo in questa Luce il Dio “Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”.
 
 
+Antonio Staglianò
   
   VESCOVO DI NOTO
 
 
 


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 07-GEN-21
 

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