Un sinodo per imparare a camminare insieme

Gesù ha definito se stesso come “la Via”. I primi cristiani indicavano se stessi come “i seguaci della Via”, come è testimoniato nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Una via però da percorrere non da soli: la sequela si vive in compagnia, la ecclesìa è sempre syn-odòs, camminare insieme la stessa strada. E’ quanto insegna simbolicamente Gesù stesso col suo ministero itinerante per le strade della Giudea e della Galilea in compagnia dei discepoli, nella missione di questi a due a due, nella costituzione del collegio dei Dodici, nella esperienza sinodale del confronto schietto e delle scelte coraggiose della comunità apostolica dalla Pentecoste alla diaspora evangelizzatrice per le strade dell’ecumene. Tutte esperienze in cui si vive e si attualizza la comunione tra Gesù e i suoi, il rimanere nel suo amore che diventa anche il rimanere nel comandamento dell’amore scambievole, nella comune ricerca della volontà del Padre e nell’ascolto della sua Parola. La sinodalità dunque è il modo concreto come sperimentare la communio nella vita della Chiesa, dove la diversità e la varietà di carismi e ministeri è ricchezza e di cui il pluralismo è il frutto. Lo stile sinodale a cui papa Francesco ha richiamato tutta la Chiesa è uno stile da re-imparare per ritornare alle sorgenti e alla autenticità della vita cristiana che è anzitutto esperienza di comunione, di confronto e scambio reciproco, a immagine della stessa comunione trinitaria: in questo senso si può dire che la stessa Trinità è vita ed esperienza sinodale ab aeterno e fonte originaria di ogni vissuto ecclesiale, sempre e insieme sinodale e comunionale, sinodale perché comunionale e comunionale perché sinodale. Perché la sinodalità è la forma con cui il sensus fidei et fidelium (tanto citati oggi ma poco ricercati) si esprime nel cammino verso il consensus, il cum-sentire del corpo ecclesiale nell’obbedienza al Cristo suo Capo nell’ascolto del soffio dello Spirito. Perché la prima e vera obbedienza, prima ancora che essere esperienza gerarchica di autorità (spesso disgiunta dalla autorevolezza), è quella da tutti i christifideles (chierici e laici insieme) dovuta alla Parola resa viva dallo Spirito e che nella Chiesa rende tutti, figli e figlie del popolo di Dio, sacerdoti re e profeti, giacché un pastore potrà chiedere di essere ascoltato quando questi a sua volta si è messo in ascolto della voce del suo gregge e tutti insieme poi si mettono in ascolto del Dio che parla nel suo Vangelo così come nei segni dei tempi. Un ascolto della Parola che rende ob-udienti di ogni parola che il fratello e la sorella, chiunque essi siano, pronunciano nel nome del Signore e per l’edificazione reciproca. E perciò il sensus fidei /fidelium è sempre ad-sensus nei confronti di Dio e della sua Parola e insieme un con-sensus, espressione del comune credere, sperare, amare, di tutto il popolo di Dio e che confluisce nell’esercizio della corresponsabilità di tutti i fedeli, ognuno per la sua parte e il suo specifico, nei riguardi della Chiesa e delle scelte pastorali da condividere ad intra e nell’assunzione dell’impegno missionario ad extra. Dobbiamo essere grati al Papa per aver voluto impegnare la Catholica in uno sforzo che ci vedrà impegnati per diversi anni, per recuperare questa dimensione essenziale della vita ecclesiale, specie nel volere anzitutto che ci si metta in ascolto del popolo di Dio, soprattutto di quanti sono lontani (o si sono allontanati, o sono stati allontanati), di quanti non hanno avuto l’opportunità di esercitare fino in fondo il munus scaturente dalla comune e unica dignità battesimale. E questo al fine di individuare i luoghi e le modalità (magari nuove o rinnovate per rispondere alle urgenze contemporanee) con cui, ai vari livelli (dalla Chiesa locale a quella universale), questa sinodalità viene e deve essere vissuta. Le Chiese italiane hanno scelto di rivitalizzare, in comunione col Papa e con le altre chiese locali dell’orbe cattolico, l’impegno di rinnovamento pastorale, facendo proprio l’appello del Papa a riflettere sulla sinodalità. In questo contesto anche la nostra chiesa diocesana vuole rimettersi in cammino sinodale. Che sarà vero quando, prima che ad attività da calendarizzare, a nuove pastoie burocratiche da creare (falsamente etichettate come pastorali), a ripieghi su esperienze dejavu, avrà di nuovo appreso, senza clericalismi di sorta, pregiudizi e sospetti reciproci, a camminare insieme: perché sinodalità, prima che a eventi da celebrare è anzitutto un habitus da praticare.
Don Ignazio la China e Prof.ssa Valentina Caruso - Referenti sinodali per la Diocesi di Noto

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